martedì 23 gennaio 2018

I Racconti di Cheever

Oggi vi propongo uno stralcio di un articolo che completo lo trovate qui: illibraio.it/johncheever. Un altro grande narratore degli States. Secondo me, troppo neutrale e con pochi slanci di cinismo, ma anche di umorismo, paura, amore e molti altri sentimenti. Però un grandissimo scrittore, un maestro delle parole! 
Buona lettura.

John Cheever, maestro del racconto, ha saputo narrare i segreti e i turbamenti della middle class americana. Ha scritto romanzi che sono diventati celebri come "Cronache della famiglia Wapshot" e "Falconer", ma sono i suoi "Racconti", con cui ha vinto il Premio Pulitzer, a rappresentare l'apice della sua opera.
In un racconto intitolato Una radio straordinaria, lo scrittore americano John Cheever (Quincy, 27 maggio 1912 – Ossining, 18 giugno 1982) racconta la vicenda di una coppia convinta di essere felice e che si trova, per un errore di ricezione di una radio appena comprata, ad ascoltare segreti e drammi dei vicini di casa scoprendo così di non essere, in effetti, tanto serena come pensava.
Tutta l’opera di Cheever potrebbe ... essere paragonata alla miracolosa radio dei Westcott, per la sua capacità di sintonizzarsi su segreti, bugie e turbamenti della middle class americana...
Di turbamenti, John Cheever ne ha vissuti un buon numero direttamente sulla sua pelle. Nato nel 1912, attraversa un’adolescenza turbolenta che per un certo verso si conclude quando si lega in precoce matrimonio alla figlia di un preside di facoltà di Yale, Maria Winternitz. Padre di tre figli, Cheever è segretamente fedifrago e tormentato dalla consapevolezza di una bisessualità impensabile nell’America puritana dell’epoca. Cheever scriveva di cose che conosceva bene, grazie alla limpida autoanalisi testimoniata dai suoi diari, e all’osservazione del suo quartiere di Manhattan e di Ossining, subburb di lusso sull’Hudson in cui vive dal 1961.
Nei suoi romanzi e nei suoi racconti John Cheever si occupa principalmente di famiglie, famiglie felici con qualche screzio, famiglie infelici, famiglie distrutte: così come va la vita, insomma. Racconta uomini che vanno a lavorare a New York e la sera tornano in provincia, in paesi che sono una sequela di villette con piscina, da mogli annoiate che cercano di impegnare le lunghe ore della giornata tra cocktail e aste di beneficenza.
È un’America che il lettore italiano riconosce molto bene d’altronde, grazie all’interesse che la nostra editoria ha dimostrato, dal dopoguerra a oggi, nei confronti della letteratura americana. Strano, dunque, che fino al poderoso lavoro di ripubblicazione dell’opera di Cheever, da parte di Feltrinelli, nel nostro paese fossero uscite fino a pochi anni fa solamente un paio di romanzi e qualche raccolta di racconti estremamente parziale.
La produzione più famosa di John Cheever è sicuramente quella dei racconti... Lunghi tra la decina e la trentina di pagine, riescono a inquadrare con limpidezza disarmante l’interiorità segreta dei loro protagonisti. Tuttavia lo stile di Cheever non trasmette mai, in chi legge, il nervosismo provato dai suoi personaggi, e il lettore non incontrerà neppure drammi irrisolvibili e morti violente, come precisa l’autore-narratore in una celebre frase contenuta nel racconto che chiude la raccolta, I gioielli dei Cabot: “Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra”.
Il lavoro di John Cheever è, semmai, la comprensiva analisi degli impulsi contraddittori che ci contraddistinguono come esseri umani e la cui somma e i cui vuoti fanno di noi le persone che siamo, o che vorremmo essere. La trama, dunque, diventa per Cheever un mezzo per comunicare un significato altro, come il lento incubo in cui sprofonda il protagonista del suo racconto più celebre, Il nuotatore, che dopo una festa in piscina da amici cerca di tornare a casa passando per le piscine delle proprietà che separano le due dimore. O ancora come la lite tra fratelli di Addio fratello mio, che si consuma tra non detti e amare incomprensioni, o la tragicomica ricerca, raccontata in La morte di Justina, di qualcuno che porti via la salma di una vecchia cugina deceduta in un lotto di terra in cui, per decreto comunale, è vietato morire.
Amore e morte, si potrebbe dire, sono i due grandi argomenti che polarizzano l’opera di Cheever. O più nel dettaglio, le sofferenze causate dall’amore e le sofferenze causate dalla morte, il lento lavorio mentale che provocano in ogni persona e per cui i racconti e i romanzi di Cheever assumo una valenza se non universale sicuramente valida per il mondo occidentale.
John Cheever, pervicacemente, forse ossessivamente, ricerca ciò che si nasconde dietro le azioni e le inazioni, le modulazioni della voce e quelle del silenzio. Rispettoso, anche nella propria vita di padre e marito, dei valori tradizionali e consapevole della loro importanza...
Oltre all’America c’è un secondo luogo con cui Cheever ha un legame profondissimo: si tratta dell’Italia. John Cheever, che nel 1957 ha abitato a Roma e ha visto persino nascere un figlio nel nostro paese, ha scritto diversi racconti ambientati in Italia. Se per certi versi alcuni elementi possono per un lettore nostrano rasentare il cliché, come l’italiano seduttore e imbroglione che frequenta la madre del protagonista di Boy in Rome, per altri versi ben tratteggiano l’Italia ancora arcaica – e agli occhi di un americano indubbiamente folcloristica – pre-boom industriale. La storia della domestica di Cheever, ad esempio, è romanzata in Clementina, racconto che segue il viaggio fisico ed esistenziale di una ragazza nata in un paesino del centro-sud che segue negli Stati Uniti la famiglia americana per cui presta servizio... 
Anche nella produzione romanzesca, probabilmente meno incisiva della narrativa breve, che resta la più fortunata cifra stilistica di Cheever, l’autore continua l’indagine sulle tematiche a lui care: i legami familiari e amorosi e il rapporto degli uomini con lo scorrere del tempo. ...il testo che più si avvicina ai racconti è Cronache della famiglia Wapshot, del 1957, mentre con i più cupi Falconer, del 1977, e Bullet Park, del 1969, Cheever si addentra in vicende più cupe, segnate dal delitto e dalla morte. L’ultimo romanzo pubblicato, a pochi mesi dalla morte di Cheever, avvenuta nel 1982, è Sembrava il paradiso, quasi un lascito, in cui Cheever mette in scena i dubbi e i ricordi di un vecchio protagonista, vedovo e omosessuale, che per molti versi riflettono le inquietudini sessuali dell’autore...

sabato 20 gennaio 2018

Fornaro ringrazia!

Eccovi un estratto della presentazione della mia ultima raccolta di poesie, In quanti siamo rimasti in questo caffè, fatta ieri pomeriggio a Monterenzio. E' stato un pomeriggio intenso e stimolante, proprio come dovrebbe essere la cultura.


Continuate a seguirmi nei social e non smettete mai di nutrirvi di cultura. I cambiamenti partono delle nostre teste...
Per organizzare eventi con me: maurofornaro76@gmail.com - 338 289 3785
Per acquistare i miei libri, contattatemi direttamente, visitate il sito della mia casa editrice: www.edizionidelfaro.it, oppure andate nei più importanti store digitali.

martedì 16 gennaio 2018

In quanti siamo rimasti... a Monterenzio


Appuntamento con il mio ultimo libro, la raccolta di poesie In quanti siamo rimasti in questo caffè, venerdì 19 gennaio a Monterenzio
Per la precisione sarò ospite della biblioteca comunale Bjornson, tutte le info le trovate nella locandina qui sotto ⬇⬇⬇ 

Ve lo ricorda anche il mio editore... edizionidelfaro.it/fornaroamonterenzio. A fine presentazione, potrete acquistare il mio ultimo libro ma anche gli altri. In ogni caso, vi aspetto! 😉😘

venerdì 12 gennaio 2018

At Folsom Prison

At Folsom Prison è forse l' album più famoso di Johnny Cash. Si tratta di un album live inciso il 13 gennaio 1968 - lo pubblico oggi, il 12, ma avrete tutto il weekend per leggerlo e ascoltarlo - all'interno del carcere di massima sicurezza di Folsom, in California. Quando il resto del mondo parlava di diritti delle minoranze e dei "diversi", Cash metteva in pratica il concetto!
Johnny Cash volle omaggiare così i detenuti di quel carcere tenendo una delle sue migliori interpretazioni e dedicando loro addirittura una canzone, Folsom Prison Blues.
Cash fu il primo a cui venne l'idea di fare un concerto gratuito dentro un carcere andando contro la sua casa discografica che, in principio si oppose all'idea, poi pubblicò le registrazioni e At Folsom Prison finì per vendere 3 milioni di copie solo negli Stati Uniti.
La canzone finale, Greystone Chapel, è scritta da uno dei detenuti, Glen Sherley.
Johnny Cash non cantò mai il brano fino alla notte precedente la sua visita alla prigione. Un prete chiese a Cash di ascoltare la canzone su un nastro audio di Sherley. Dopo aver ascoltato il pezzo Cash sì affrettò ad includere la canzone nel programma del concerto, che si sarebbe tenuto la notte successiva.
Attraverso tutto l'album Cash sembra immedesimarsi nella condizione dei detenuti, tanto da dare l'impressione che si senta a suo agio, infatti numerosi brani sono interrotti da risa, da parte di Cash, in seguito a inudibili interventi da parte del pubblico, a dispetto del loro contenuto non certo umoristico. 
Quello che si presenta davanti al pubblico di Folsom, quindi, non è solo un artista pronto a proporre il suo repertorio di canzoni, è una persona tribolata che parla ad altre persone come lui.
Infatti le canzoni in scaletta non sono, come si suol fare in occasioni del genere, i pezzi forti di Cash, non ci sono "Walk The Line", "Hey Porter" o "Ring Of Fire", ma le canzoni scelte raccontano storie che interessano da vicinissimo il pubblico astante.
A parte la celebre "Folsom Prison Blues", al suo pubblico Cash porge ballate di solitudine "I Still Miss Someone" e di morte "The Long Black Veil", storie di tentativi suicidi di evasione "The Wall", toccanti testamenti amorosi "Give My Love To Rose" e struggenti lettere dal carcere "Send a Picture Of Mother". Scherza sulla miseria beffarda nel valzer di "Busted", sbeffeggia il patibolo in "25 Minutes To Go", esibisce un esilarante cinismo in "Joe Bean" e strappa risate in quantità industriale con "Dirty Old Egg-Sucking Dog", storia di uno scalcinato bastardino mangia-galline, e "Flushed From The Bathroom Of Your Heart", il cui titolo basta e avanza.
At Folsom Prison ritrae meglio di qualsiasi altro disco le tante sfaccettature della personalità artistica e umana dell'uomo in nero dell'Arkansas, uomo e artista che molto più di tanti colleghi ha saputo cadere e rialzarsi, convivere e combattere con i propri demoni, tra canzoni memorabili e clamorosi insuccessi, fino a tornare, ormai a fine carriera, per insegnare ancora qualcosa ai giovani colleghi su come s'interpreta una canzone.
Fonte: web

I shot a man in Reno/just to watch him die

lunedì 8 gennaio 2018

Happy birthday, Elvis!


Un vero poeta della musica, vittima del sogno americano e, sicuramente, anche di se stesso. Quell' 8 gennaio del '35 nasceva una stella mai morta, la vera forza degli eroi.
Ma quante ne ha baciate in questo video? Un figo pazzesco!!!

sabato 6 gennaio 2018

Il primo post dell'anno

Non ho nulla da dirvi in particolare, mi sono rilassato molto in questi giorni, ho cercato di staccare un po' con il basket e la scrittura. A proposito, in questo 2018 uscirà un mio libro di racconti. Ve ne parlerò con comodo. 
Sono riuscito a vivere con abbastanza serenità, vorrei riuscirci più spesso. Vedremo.
Penso che l'8 fatto un post su Elvis, giorno del suo compleanno. E poi avrò da parlarvi di un interessante nuovo locale dove fare musica ed eventi culturali, per non dimenticare tutti gli eventi con i miei libri.
A proposito, il 7 termina la promo sui miei libri, siete ancora in tempo... 


Vi auguro serenità e pace. Alla fine sono queste le cose che contano veramente. Continuo a ripetermelo, perché non lo metto - sempre - in pratica?

sabato 30 dicembre 2017

Allegro ma non troppo...

Ultimo post dell'anno, come tutti gli anni il solito post ma c'è una novità.

Il consiglio è il fantastico libro che consiglio ogni anno: Allegro ma non troppo di C.M. Cipolla. Nel libro Cipolla tratta delle leggi fondamentali della stupidità umana. Ogni essere umano, ogni italiano, dovrebbe leggere questo libro ogni anno. Ma il problema è che gli stupidi non capiscono...
Vi riepilogo le leggi cinque leggi fondamentali, se volete avere una idea più chiara del libro:leggifondamentalistupiditàumana/cipolla.
1^: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione. 
2^: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona, spesso ha l'aspetto innocuo/ingenuo e ciò fa abbassare la guardia. 
3^: Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita. 
4^: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. 
5^: La persona stupida è il tipo di persona più pericolosa che esista.  



Ci si vede il prossimo anno e non perdete la speranza. Ah, volevo dirvi, e questa è la novità, che ho deciso di essere un po' meno meticoloso nello scrivere nel blog. Non sarò più così presente, i famosi 12 post al mese che mi ero imposto penso siano diventati un peso insopportabile. Non per colpa loro, quanto della mia ansia di dover produrre a tutti i costi. Sarò meno presente ma non sparirò. Anche perché ho altri libri in cantiere!